Intervista impossibile, ma immaginabile: IL DE LA SALLE AL MICROFONO DI…

Alcuni studenti hanno accettato di affrontare questa curiosa esperienza, formulando le domande e, nello stesso tempo, le risposte sulla
sua “vocazione” e sulle sue “avventure” umane e istituzionali. Eccone alcune, lette durante la celebrazione del “La Salle day”.

Sono una studentessa dell’Istituto Filippin, una scuola diretta dai Fratelli, che appartengono alla Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane da lei fondata, trecento anni fa in Francia.
Se è vero che sono a conoscenza di qualche notizia sulla sua vita e opera, non mi è molto chiaro il perché s’è dedicato all’istruzione di ragazzi di strada, poveri e abbandonati, lei ricco, nobile, istruito, avendo davanti a sé una prestigiosa carriera ecclesiastica ?

Devi sapere innanzi tutto, gentile Signorina, che fin da giovane mi ero innamorato di Cristo, del suo Vangelo e della sua vita; così decisi di dedicargli la mia vita per testimoniare il suo messaggio di verità e di salvezza nel mondo in cui vivevo. A te e ai tuoi amici, che vivete in un mondo in cui contano soprattutto il denaro e il successo, sembrerà strana questa mia scelta : abbandonare la mia splendida famiglia, i suoi beni e il suo prestigio. Non mi è stato facile, credimi; ma la Parola del Signore m’aveva fortemente convinto; e non mi sono mai pentito; anzi ringrazio il Signore d’avermi chiamato per seguirlo… Ho fatto questa premessa, perché non sarei stato capace di fare quello che ho fatto, senza di Lui, mia luce e forza. Rispondo alla tua domanda.  Dopo la mia ordinazione sacerdotale, mi capitava spesso di girare per le vie della città di Reims, ove sono nato, soprattutto quelle di periferia, per svolgere la mia attività pastorale.
La cosa che mi colpiva di più, in questi miei spostamenti, erano i tanti ragazzi che vi gironzolavano, abbandonati a loro stessi, rissosi, sporchi e laceri, denutriti, portati a delinquere. Mi fece riflettere molto questa loro desolazione : non avevano colpa della loro miseria; perché io benestante avevo tutto e loro no? non avevano anche loro il diritto di vivere una vita dignitosa, di avere i mezzi per conoscere Cristo e “salvarsi l’anima”? Questi pensieri inquietarono per un po’ la mia coscienza: Cristo aveva scelto la povertà per redimere i poveri, dando loro certezze materiali, guarendoli, e morali, istruendoli… Sentivo che dovevo far qualcosa per loro. Non avevo, però, idee chiare sul come fare. La decisione di dedicarmi all’istruzione di questi ragazzi mi fu offerta da un amico che gestiva delle disastrate scuole parrocchiali : mi chiese di aiutarlo. Non mi tirai indietro; e da lì è iniziata la mia “avventura…”
(Francesca Cattuzzo)4

La sua vita fu davvero un’”avventura”, come lei ha poco fa detto alla mia amica, che, nonostante le avversità incontrate, le ha permesso di”creare” una Scuola originale per i suoi tempi e straordinaria per i risultati conseguiti dai suoi Fratelli, nei secoli successivi, nell’istruire giovani di tutto il mondo. Una volta accettata la “sfida della scuola”,chi la preoccupò di più : gli allievi o i maestri?

Voi studenti del terzo millennio, che frequentate scuole accoglienti, ben attrezzate e gestite da persone preparate, non potete immaginare come erano quelle “fatiscenti scuolette parrocchiali”che conobbi.  Per mesi mi arrovellai il cervello per ricostruire delle scuole che rispettassero le esigenze dei ragazzi. Finalmente, ispirato anche dal Signore, capii quale poteva essere la soluzione che, in effetti, cambiò il volto delle mie scuole : i miei “maestri” dovevano essere moralmente, spirituamente, culturalmente e didatticamente preparati, e dedicarsi con amore all’istruzione dei ragazzi, in modo che quest’ultimi venissero volentieri a scuola..

Per far ciò mi trovai di fronte alla questione più delicata e spinosa della mia “ricostruzione”.
Fin dai primi giorni del mio coinvolgimento nel mondo della scuola, mi accorsi della caotica e improduttiva conduzione delle lezioni da parte degli improvvisati maestri : il gruppo classe era numeroso, formato da ragazzi grandi e piccoli, spesso svogliati, indisciplinati, maleducati, ribelli difficilmente domabili.
Purtroppo non c’era da meravigliarsi: le famiglie di questi ragazzi, disastrate economicamente e moralmente, erano assenti sul piano educativo, la società li emarginava; solo alcuni preti di buona volontà si davano da fare, senza mezzi e soprattutto senza “preparazione”.
Quest’ultima rilevazione divenne il mio “problema” più urgente, da quando intrapresi questa avventura: per ben educare questi ragazzi bisognava “ricostruire i “Maestri”. Con il passare dei mesi, studiai il problema, consultando i miei primi collaboratori che avevano iniziato con me ad insegnare a questi ragazzi. Scrivemmo delle regole sul comportamento da tenere in classe nei confronti degli alunni, sugli insegnamenti

da impartire per educarli ed istruirli, sui metodi da utilizzare per l’insegnamento delle varie materie. Organizzammo dei corsi di formazione per i nuovi maestri che duravano tutto l’anno (al termine d’ogni settimana ci riunivamo per valutare il nostro operato in classe, i successi e gli insuccessi, e studiavamo nuove iniziative educative). “Tirammo su” dei bravi maestri; non fu facile, perché diversi di questi giovani ci abbandonarono : non se la sentivano di fare gli educatori “gratis et amore Dei”.
Credo che la diffusione delle mie scuole in tutta la Francia e, dopo la mia morte, in tutta Europa e poi in tutto il mondo, sia dovuta alla “bravura dei miei Fratelli” che con “fede e zelo”si sono dedicati all’educazione dei giovani. Sono davvero orgoglioso del loro operato!
(Francesca Sartor)5